Tu, non avere paura.

Pensieri sconnessi di Nicola Nucci

Sorridi ai fulmini. Piangi alla festa del tuo compleanno.

Nuoti a dorso nelle dispense.

Diversa. Ignobilmente sola.

Finiti i coni gelati ti rintani dentro una gonna inadeguata.

Giù, lungo via della Liberazione poi a destra, a due passi dai cassonetti.

Stringi le braccia.

Naufraghi nei tuoi pensieri di ragazza mortaletto.

Bum!

Passo dopo passo affondi sempre più.

Un baratro dei giorni tutti uguali.

Le tue magliette monocromatiche.

Mi chiedi… ti chiedi… ti chiedi se poi ancora chiedere qualcosa.

Intanto che costeggi via della stazione non-ti-scordar-di-me dappertutto.

Non-ti-scordar-di-me!

Difatti ci pensi spesso.

A cosa?

Una specie di sogno.

Un’idea.

E pensare che hai deciso tutto tu….

Vestiti buoni!

Non lo farai presente a quello stronzo di tuo padre.

Figuriamoci a tua madre.

Tua zia realizzerà, a tempo debito.

Tua sorella poi, così piccina…

Fiori freschi sulle strade provinciali.

Occhi pesti una volta sveglia. Prima di andare a lezione.

Bum!

Uno scoppio d’armi.

Un atto d’amore.

Hai smesso di fare la rivoluzione.

Stesse facce.

Stessa cantilena.

E via della stazione è un cono d’ombra illuminata da un sole intransigente. La strada la conosci che è una meraviglia…

Un piano scritto sul fazzoletto dove hai pianto.

Tipo non lo so.

Tipo un progetto redatto al computer. Con paint 3D.

E murales di terroristi.

E negri col bazooka.

E terroristi islamici.

E lesbiche.

E lettere d’amore.

E… va a capire.

E stagioni che non tornano.

Giù.

Tra una coperta di foglie screpolate dal tempo.

La solita te. Quella che odi.

Così.

Quando la vita prende una brutta piega e non ce la fai più a raddrizzarla.

Lo so.

Lo sai.

La gente farà un sacco di domande.

Un’esplosione improvvisa.

Nemmeno un cavolo di messaggio, un post su facebook.

Strano a dirsi: le tue parole non pungono più come una volta.

E gli alcolici?

Hai pure finito i filtrini: zero voglia di comprarne di nuovi.

Luci bianche.

Luci blu.

Luci bianche.

Luci blu.

Una foto… su Instagram.

Odi via della stazione.

Ti mancherà via della stazione.

Fanculo tutti quanti!

Ti mancheranno.  

Beh.

Il ricordo busserà alla tua porta.

L’aspettativa di mandare tutto a puttane, un’altra volta.

Non voltarti. Ti prego, porta fino in fondo ‘sta storia del…

Sarebbe la prima volta che…

Così giovane.

Giovane e… bella.

I tuoi piercing…

La poesia che rende tutto senza senso.

Eh sì.

Ci ripenserai.

Un secondo. Due.

Un sibilo lontano.

Le tue canzoni, adesso.

Bum bum bum…

Vagone-letto per…

L’azzuro dei cazzi tuoi.

Fogli di curriculum al vento.

La divisa per affrontare i giorni.

Nei tuoi capelli riflessi ambrati.

La notte grigia.

Le tue occhiaie blu.

Il premolare che ti concede una tregua…

D’improvviso.

Tutta la musica che ti porti dentro…

Due passanti.

Non succede altro.  

Nicola Nucci

Mi rompo i coglioni- Racconto semiserio.

di Nicola Nucci

MI ROMPO I COGLIONI

La pioggia di settembre scintilla mentre tu ti mostri disarmata.

Luna dondolante d’un tratto per morire nel pozzo di un canto sempre a rovescio.

Sfiorisce il tuo vestito, sono il sole pallido che cerca di catturarti da lontano.

Ragazza fluorescente, di lì, per piazza luci come se piovesse.

Il concerto dei tuoni era tutto svanito che disseminavi i sorrisi ai malfattori.

In cantieri stracolmi i miei pensieri strani ma buffi.

Nel sessantasei, tram, linea C.

Le panchine che sbricolano l’autunno, sola e triste la città di mille medicine, mi rompo i coglioni tra le colline blu di Windows XP.

Non lo so: “Hai altri sogni da sventrare?”

Lalalalala…

La zona parco-lago è un cortile sfollato, e bruciano i tulipani, e quei rimpianti che “piacere, sì”, canne di bambù.

Timida campagna che divori le stelle dai capelli, inadeguata, mi ricordi Piazza Venti Settembre.

Lo sai? Nei tuoi giorni capovolti mi sotterri nelle zone militari, e i fantasmi, e la WI-FI free.

I fiori chiari, i banchetti alimentari, intanto scoppiano le feste e gli ubriachi brulicano di parole.

Lì, il nostro amore zeppo di gechi adesso non ha nulla da temere.

Ti contemplo dalla finestra.

“O’ tapparella che funzioni come veliero vieni  da me, ho tutto un futuro da sperperare”, da mezzanotte in poi.

Lalalalala…

Ho indossato i tuoi occhiali inadeguati.

Mi senti?

Non so cosa fare, cado dalle scale.

Potresti venirmi a prendere e invece immobile sveli tutta la tua perfetta architettura.

Palazzo che colori il futuro, d’improvviso hai gran fretta di studiare quel che succede in piazza Venti Settembre.

L’altalena ombreggia scura, si divora quel che resta del pavimento.

Hai un riflesso sulla fronte, la notte balli pure senza di me.

Ti cerco nelle bare degli anni bisestili, ci arrampichiamo sin  lassù: la scala antincendio scricchiola, la percorro senza protezioni.

Ma tu devi studiare Piazza Venti Settembre.

Hai tutto un futuro da Kiko Stock o giù di lì.

Così.

Ho rovesciato il puzzle che ti piaceva tanto.

ti aspettavo…

sei andata fuori a fumare.

Nicola Nucci- Luci stroboscopiche- Racconto

Racconto stortissimo

Silenzi roventi, luci stroboscopiche, vecchi saloon, paraoxetina, balsamo per capelli, chiome scapigliate, suole sbrindellate, una gran puzza di piedi, fumo, gas, robetta tipo fumo e gas, ecstasy, malinconia in confezione spray, calci in culo, sogni, fallimenti, “riparti stronza”, “ricomincia”, ma sei già un sacco vecchia, e allora “fanculo”, soli, tramonti, un cazzo di senso unico, una merda di promontorio, “ce ne andiamo a perdere la vita laggiù”, o a morire di freddo, d’inverno, in quelle specie di fabbriche di sogni, in quei tuguri di…, “fanculo”, muori?, non muori?, tanto non muori mai… e ancora coperte, il collettivo piranha, e ancora fanculo, e ancora fottiti, prima che sia troppo tardi, ‘sto cazzo, di notte, ma anche di giorno, le feste studentesche, quei cazzoni del partito per ‘sto cazzo, la festa per l’accoglienza di quei buzzurri negri, ‘sta merda… ce la tirano addosso, fanculo, un giorno sì e un altro sì, e fanculo, cazzo, esami a non finire, e viene giorno… un giorno di merda come tutti gli altri, e albe, e tutto il resto… parlano del solito tran tran, lasciateli pure parlare, cazzo… sigarette a non finire, roba così, per non parlare dei week end cazzo.

Una specie di uomo delle nevi, una specie di barista ammaestrato coi gangheri giusti o aggeggiato coi gangheri sgangherati costretto a fare una specie di maggiordomo del kaiser, che poi la robetta se te la vuoi lui conosce il verso per spillartela allampo, ma non così, per bene, tipo roba rara, tipo oro, fanculo, quello lì ha l’oro tra le mani, e veste in frack, e non lo so, dovrebbe farsi una doccetta, con tutta la grana che gli gira per le mani. Roba buona, cazzi dritti e anche mosci a più non posso, fanculo cazzo, fino alla fine di ‘sta merda di concimaio che i grandi chiamano vita, cioè, proseguo più avanti che posso, finisco a fottere coi negri sbagliati e ecco che nessuno sa più nulla della ragazza arcobaleno…

Cosa ne pensate?

Nicola Nucci

Nasci in Angola muori in Padania

Scampoli di diario

Così mi chiedi come faccio ad ingannare il tempo o se ho tipo qualcosa da fumare, che zitti zitti ci siamo bevuti tutto il nostro sangue ma un po’ alla volta, tipo lentamente, ognuno a casa propria, ognuno di fronte a un tizio o una tizia che non gli apparteneva poi così tanto.

Voilà.

Ci siamo trovati un sacco, “Presi male” o bene, bene… e tutti quegli inverni si stanno tipo sgretolando?

E i giorni della merla?

Piano piano, Sempre più docili,

Due sagome spettrali che vanno a farsi il culo in fabbrica, in miniera. Due recessi ombrosi che vagano per la città addormentata,

E se adesso fosse tutto finito?, La danzatrice di luce adesso volteggia all’interno la palla di vetro…

Ci penso abbastanza. A me, a te… mentre fumo la mia giovinezza, un attimo di nulla.

Non lo so: “Ti va se lo fottiamo insieme, sto tempo?” ma ecco che sei troppo sfasata per rispondere, sempre la stessa storia: capelli arcobaleno, occhi che…, la tua pelle bianca…

Dovremmo metterci  al pari coi tempi,

Diventare ciò che vogliono che diventiamo.

Sbadigli.

Non lo so, non fai che ripetere che, sin qui le tue storie d’amore sono state tipo petardi o oggetti contundenti o non lo so,

Un gran freddo, un cazzo da fare, un cazzo in centro, centro!, e nemmeno un telecomando a portata di mano.

Sì, ti vengo in contro. e allora ci veniamo incontro. Non lo so: “Che cazzo ci fai al concerto di…?”, “in mezzo a tutti questi tossici”… mica lo so, mica lo sai.

Nessuno.

E allora così, senza leggere né scrivere deciamo di cominciare a raccontarci il nostro futuro.

Mano nella mano.

Nicola Nucci

Fino a spaccarti due o tre denti- Nicola Nucci- Racconto Open Call Premio Italo Calvino 2019

Trip:

dei tuoi capelli mutuati d’inverno mi intriga che rimangono color turchese anche durante una guerra di cuscini sul letto dei tuoi.

Così.

D’un tratto ti sei voltata e hai rovesciato tutto il veleno.

“Amore, mi leggi Siddharta?” su una panchina di marmo gelato.

Marzo:

tutt’attorno soltanto rimasugli di una crisi economica globale.

“Ricordi?”, il maglione di lana,- quello con l’alce bianca,- e buona parte dei tuoi sogni ancora inesplosi.

“Sì.”

Come clochard ci siamo addormentati.

Come papaveri il vento ha pensato bene di sparpagliarci.

E bisbigliavi “il nostro sgangherato amore” prima di bucarmi le vene, prima di “mica sto tanto bene”.

Ci siamo messi a correre.

Siamo telati via ma figurati se ricordavi dove andare.

Così, alla come viene, “cazzo”, e giù a capofitto nel bosco di, che “non c’è un cazzo da fare”, che ce ne andiamo in centro, che ciondoliamo da Gio’, che “i tuoi mica li sopporto tanto”, allora ti sei messa a litigare col tuo riflesso allo specchio.

C’erano gli Wire, rammenti?, no, non in radio, “lì!”, e facevi capolino dalla mia maglietta insanguinata per il troppo vivere, da tutti quei curriculum finiti a vuoto.

Se la tua adolescenza era stata rovinata dall’alcol, adesso ci davi dentro con piercing e tatuaggi.

“Non lo so”: infettati, innamorati, ubriachi, stanchi- non ci assomigliavamo per niente.

Che avevamo perso la speranza senza sbatterci troppo. Che ripassavamo dal via un’altra volta con tutto che il bigliettaio: “non è che vi siete persi?”

E quei capelli ti coprivano la visuale. Sai, mi ero tolto gli occhiali eppure ti vedevo brillare.

Adesso che mi ci fai pensare c’erano dei corvi assiepati sopra ai tuoi collant.

Dipingevi:

coloravi una tela di merda mentre scrivevo “Dove cazzo è finita la nostra generazione?” sul giornalino di provincia ma nessuno mi filava/ci filava.

Ci saremmo bruciati velocemente. Stentavamo a crederci.- Soltanto un sospetto.- Come un pensiero ricorrente. Meglio di un’idea.

Luglio:

luglio di cazzotti nello stomaco, di concerti lungo la via maestra, di rock band col sintetizzatore…, e tu sì che ci davi dentro coi distorsori musicali, e io chissà se avevo scambiato la siringa per una biro.

“Di che colore sono i pesci rossi?”

“Di che colore sono i pesci rossi una volta spente le luci?”

E le tue sigarette senza filtro.

“Mica ne hai una?”

Flussi di mercato:

tutti quei grafici per vendere l’arte come fosse un set di pentole?

Ammettilo: ci stavamo inaridendo.

E capo-piedi sul letto con la luna aggrappata lassù, che dondola, che canta.

Hai sentito profumo di felicità, al di là del fiume. Quindi ci siamo armati e via, senza nemmeno salutare… risultato: niente impiego fisso, soltanto sorrisi passeggeri.

Così dal tuo portaspiccioli vengon fuori due fermagli, tre septum.

Lo sai, dentro al mio portafoglio germogliano i gerani.

Desideriamo correre.

Corriamo.

Noi due contro il resto del mondo.

Noi due, che avevamo la benzina dell’età nelle vene, e due o tre kebab sullo stomaco.

Come criceti, – sempre lo stesso panorama!

E ci seguono i fulmini, e un’altra bolletta da pagare –“Enel?”-, “Mi sa di no!”, soltanto l’ombra lunga del nostro aquilone…

E il fiume lo vedevi solamente dopo aver fumato. E ancora lividi per le violenze che avevi subito.

E- oltre i rovi di spine- una marea di refusi da correggere.

“Ricordi?” I tuoi nulla di fatto, dispersi nel vento.

Tu, con la parrucca scompigliata dai giorni stanchi di provincia. “Ci siamo persi davvero” stavolta. Colpa del tuo telefono scarico, colpa del mio che non riusciva a geolocalizzarci.

Buffering:

Ore ed ore a fissare il soffitto.

“Dimmi che non stai dormendo”, e intanto quel che resta del “nostro amore” cresce un sacco sbilenco. Assomiglia a quell’opera d’arte moderna che quando la vedi scappi, o cominci a piangere a dirotto. “Proprio così!” Un po’ come quando Cristo consegna alla Galleria d’Arte Contemporanea soltanto cazzi di gomma e installazioni di ferraglia arrugginita.

Lo sai? Adesso che ci penso assomigli una cifra alla ragazza del quadro di Magritte. -“Mica quella…”-, quella che non c’è, quella che dovrebbe esserci e invece non c’è.

E, improvvisamente tu, capovolta davanti ad un Pollock o commossa occhi negli occhi con la fanciulla del quadro di Margaret Keane.

“Hai finito gli aggettivi, eh?”

“La vita fa davvero così schifo?”

Non rispondi.

E le multinazionali ci pregano di bere responsabilmente, e il tuo psicologo ti riempie di faccine sorridenti.

Lì, in attesa dello zompo in avanti dell’economia.

Prima che il mattone ritorni forte.

Niente:

confinata a fanculandia. Finita in un covo di “artisti dai rasta sudici” e dalla A minuscola.

“E tutti i tuoi sogni?”

E il turchese dei tuoi capelli color turchese?

E… piercing disseminati come mine.

Tipo un genio dell’arte moderna, eppure per mantenere le lezioni che non frequenti fai la cameriera da, – che Lui ti tocca pure il culo-, che avresti pure cantato canzoni del cazzo in una balera di merda se solo te lo avessero chiesto. Lalalalala… “se solo servisse.”

Minigonna contro la notte, ti proteggi le spalle dalle folate di vento assassino, dimenticate le maniche ti riempi di sbuffi di fumo. Eyeliner pesante- rigorosamente sbaffato.

“Parlami del tuoi problemi”, dei tuoi anfibi consumati dall’invidia degli altri, del fatto che “Uno di questi giorni giuro che ti porto via”.

Su-e-giù col mondo:

Dentro con le tinture di iodio, con gli sfondi digitali.

C’è ancora uno spicchio di cielo abitabile lungo Viale del Deserto, “magari se ci sbrighiamo” e ti fermi a contemplare il niente e, “se sgrani un attimo lo sguardo…”

Che i percorsi incompresi delle tue vene non portavano da nessuna parte. Che Moby ne ha dovuta fare di gavetta prima di diventare “chi cazzo è Moby?”

In picchiata:

“Parlami di Fante”, “raccontami cosa succede se si lascia un discorso a metà”. Che coi colori è tutto diverso. No, no, no, “mica si può fare”. “Si seccano”. E allora bisogna buttare via tutto quanto. “Ricominciare daccapo”.

Che ti sei fatta bionda. Che “le bionde sono costantemente felici, o no?”

E allora ciao ciao turchese dei tuoi capelli color turchese, ciao ciao adolescenza, ciao ciao Accademia d’Arte, ciao ciao amore mio, ciao ciao chili di troppo.

“Diventerai bulimica, lo sai sì?”, “o anoressica” ma non te ne frega un cazzo, che “tutto è già bell’e deciso”, e ciao ciao mare, ciao ciao vita…

“Vedi?”, un piccolo alveare assiepato sul mio bassoventre.

E, ciao ciao sogni di gloria, ciao ciao tutto il resto.

Così il primario mi avvisa che è meglio se tiro un attimo il freno con la scuola, col futuro, con tutte quelle feste lungo Porta Romana.

Ennò. Un piccolo ed innocuo alveare.

Certo che “andrà tutto bene” anche se non ne sei proprio sicura.

Ecco che le mie parole diventano più aride, i tuoi colori tanto più sfocati.

Giuro che ti odio.

Non lo so: anziché incazzarti hai preso a cantare.

E “parlami di Chagall”, “narrami i tuoi disagi”, o almeno quelli che hanno portato Kandinsky a viver di incongruenze. E “non preoccuparti per i tuoi capelli” in quella foto in cui sorridi anche se vorresti piangere.

“Vent’anni”, “soltanto vent’anni”.

Che ti sei spenta, che hai cambiato lingua, colore della pelle.

Che dal ronzio di mille alveari si è dischiuso un verso di parole mediamente festanti, che “eppure lo sai che ho paura del buio!” anche se adesso stai in affitto dentro una camera vista-immondizia e la sera esci senza lasciare strascichi fluorescenti. Che hai messo la testa a posto, che non balli più senza musica, “sì”, farai da guida alla mostra di quel genio incompreso di Serafino Valla fino a Novembre “eppoi si vedrà”, che col ragazzo della reception ci scopi un sabato sì e l’altro pure anche se ti fa schifo. Che non mi parli più di Renoir, che hai chiuso con gli amanti di Chagall, che- “te ne sei accorta?”- è un attimo e ti travesti di rimpianti, che “tanto si sapeva che non poteva durare”.

E mica mi domandi più del suicidio di Kosinski, e hai pure perso la voglia di bere- di fumare.

Che Caravaggio ha spento la luce, che quando Gonsalves l’ha riaccesa ci ha scoperto sfasati dentro allo scintillio liquido di due occhi castano-standard… “i tuoi”.

Pagina bianca:

con la penna stilografica che hai rubato filmerò il castello del nostro sgangherato amore nell’attimo moribondo in cui comincia a tremare, vacilla, viene giù.

E mi dici che non devo preoccuparmi, che stai bene, che tutto sommato sei anche abbastanza felice, e che dentro alla mia macchina ci sono tipo i cavallucci marini, ok una luna così mutilata non l’avevi mai vista, intanto Amazon ha acquistato il turchese dei tuoi capelli omologandone i contenuti, tipo che non ti sono mancato “proprio per un cazzo”, e prendi a correre controvento, che non te ne frega di niente/di nessuno, che vuoi soltanto nuotare, che ci tieni così tanto, vuoi tuffarti… anche se a Siena non c’è il mare.

Per continuare a leggere il racconto clicca qui, rivista Clean

https://cleanrivista.wordpress.com/2019/05/26/fino-a-spaccarti-due-o-tre-denti/



Alcuni tra i migliori romanzi usciti dal Premio Italo Calvino

Eugenio Raspi- Inox

Baldini + Castoldi

Terni. Stabilimento della Acciai Speciali. Un incidente ai forni, con involontari protagonisti il caposquadra e un addetto alle movimentazioni. Sotto accusa Sergio Asciutti, operaio di linea, fratello dell’amministratore delegato, e Giulio, manovratore della gru. Il primo rimane al suo posto in sala controllo, mentre il secondo, dopo essere stato retrocesso a un compito marginale, medita vendetta, cercando di truffare l’azienda per compensare il torto subìto. Nondimeno la dirigenza si appresta a cedere il controllo dello stabilimento e ognuno, nella squadra di lavoro capitanata da Sergio, reagisce secondo indole e necessità familiari, nella fosca prospettiva di restare senza lavoro.

Il disimpegno della proprietà tedesca, a vantaggio di una società russa apparsa all’orizzonte senza dare grandi garanzie economiche, è il preludio a polemiche, scioperi e scontri. La compattezza dei sindacati, per altro, si sfilaccia, compromessa dal coinvolgimento del padre dei fratelli Asciutti, finito nel mezzo degli scontri tra operai e poliziotti durante una manifestazione. Il rapporto tra i due fratelli, già minato dalla diversa posizione all’interno della struttura aziendale, si spezza. Eugenio Raspi scrive con Inox una delle opere più significative della nostra «letteratura industriale», quella che va da Memoriale di Paolo Volponi a La fabbrica del panico di Stefano Valenti. Con voce duttile e originalissima, Raspi sta dentro i fatti con rigore e semplicità, restituendo emozioni e senso del reale, testimone vigoroso dei tempi nostri.

Nicola Nucci- Trovami un modo semplice per uscirne

Dalia Edizioni

Cosa possono fare due ventenni annoiati in una settimana di ferie? La rivoluzione. Nick e il suo amico trascorrono le giornate sul divano di uno scantinato a parlare di musica, a bere e a fumare ma, nel momento indefinito in cui questo dialogo prende forma, qualcosa in loro cambia. Nick, il più audace tra i due, cerca di trascinare l’indolente amico, operaio di un’azienda conserviera, in un progetto che, a suo dire, li farà alzare finalmente dal divano e che cambierà il mondo: “Rivoluzione!” si chiamerà. Sarà una sorta di grande varietà, un bel “prodotto”: corpi che ondeggiano, belle ragazze, cuochi famosi. Ci siamo, la rivoluzione è pronta. Se non fosse per un temporale…

Simona Baldelli- Evelina e le fate

Giunti editore

La narrazione si apre con una scena memorabile, l’arrivo degli sfollati: a Evelina pare che dalla neve stiano uscendo le anime dei morti. La bambina vede due fate: la Nera, dai tratti cupi, e la Scepa, la fata allegra, colorata, con una veste a fiori, che ride sempre. Nei dintorni del casolare girano i partigiani: il loro capo, il Toscano, ottiene dal padre di Evelina, che con loro simpatizza, del cibo.

Evelina e i suoi fratelli Sergio e Maria trovano il cadavere di un tedesco ammazzato dai partigiani: la Nera li fa scappare in tempo, e li spinge a nascondersi, pochi attimi prima dell’arrivo dei tedeschi. In un succedersi incalzante di colpi di scena, sulle colline attraversate dalla linea gotica alle spalle di Pesaro, in attesa dell’arrivo degli Alleati, trascorre l’ultimo anno della Seconda guerra mondiale filtrato dallo sguardo magico dell’infanzia, e travolge tutta la famiglia di Evelina, padre e madre molto malata, i fratelli, e il segreto di una bambina ebrea nascosta sotto una botola dentro la stalla. Realtà e magia si mescolano e si intrecciano, facendo rivivere il mondo contadino e quello delle fiabe, l’intrico complesso della guerra civile e di quella mondiale. Lo stile asciutto, arricchito di elementi dialettali, rende il racconto più reale: parole magiche, parole amuleti, filastrocche, che aprono la porta al sogno o alla profezia. E alla comprensione possibile di quello che accade.

Flavio Soriga- Diavoli di Nuraio’

Il Maestrale

Romanzo corale di un paese immaginario ma verosimile della Sardegna, Nuraiò, si compone delle storie personali e collettive dei poveri diavoli del titolo, narrate in prima persona o da un narratore che condivide con i personaggi la concitazione, la fretta quasi l’urgenza del racconto, nonché la sensazione che tutto, alla fine, finirò per riportare al punto di partenza: l’impossibilità della fuga dal villaggio, invisibile carcere dove i diavoli s’agitano, corrono, si dannano e maledicono ma alla fine restano, o tornano, sudditi senza voce di Comare Vita.

Paola Matrocola- La gallina volante

Guanda

Carla, insegnante di lettere in un liceo di Torino, è la voce narrante di questo romanzo. Al centro della vicenda sono i problemi quotidiani con cui la protagonista deve confrontarsi, ma soprattutto il rapporto intenso e profondo che instaura con una sua allieva particolarmente sensibile e intelligente, Tanni. Nasce tra loro una complicità che porterà la ragazzina a confessare una difficile situazione familiare, con la madre che se ne è andata, il padre che ha qualche problema con l’alcol e un fratello più piccolo da accudire. Ed è solo con lei che Carla condividerà un progetto apparentemente folle, cui ha dedicato tempo e passione: quello di far volare le galline che alleva nel giardino di casa.

Marcello Fois- Picta

Frassinelli

Grandi pittori colti nei diversi momenti della loro creazione artistica, quadri celebri e meno noti, i soggetti stessi di alcune opere pittoriche: Marcello Fois li ha scelti, seguendo l’onda delle emozioni e dell’interesse che gli suscitano dentro, come protagonisti di affascinanti racconti, dove l’invenzione narrativa si specchia con la passione dello stesso autore per la pittura.

Riccardo Gazzaniga- A viso coperto

Einaudi

Due schieramenti nemici si sfidano ogni settimana su un terreno di rabbia e violenza: sono gli ultra e i celerini. A Genova un gruppo di tifosi sceglie di non accettare imposizioni e ingaggia uno scontro frontale con la polizia. L’odio per le divise riesce a unire reduci del G8 ed estremisti di destra, adolescenti eccitati dalla guerriglia e uomini perseguitati dai fantasmi di un passato insopportabile. Tra le forze dell’ordine c’è chi è acceso dall’adrenalina e chi non può liberarsi da un tremendo rimorso, chi vuole raccontare in un libro la sua storia e chi potrebbe segnare la propria con un errore fatale.

Marco Magini- Come fossi solo

Giunti

A Srebrenica l’unico modo per restare innocenti era morire. Marco Magini era un ragazzino durante i terribili fatti della ex Jugoslavia, li conosceva solo dai telegiornali. Ma quando da studente si imbatte nella storia di Drazen quella vicenda diventa un’ossessione. Quella storia raccontava di un ventenne costretto a combattere una guerra voluta da un’altra generazione e messo davanti a decisioni che nella loro eccezionalità mostrano a nudo l’animo umano come in un antico dramma greco. La rievocazione del massacro e del successivo processo presso il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia è affidata a tre voci che si alternano in una partitura ben scandita.

La voce del magistrato spagnolo Romeo González che rievoca lo svolgersi del processo, evidenziando le motivazioni non sempre etiche e limpide che determinano una sentenza. Nell’eterno dibattersi tra ubbidire a leggi fratricide o ribellarsi appellandosi ai diritti inviolabili dell’uomo, viene fuori solo un’immagine povera e burocratica dell’esercizio della legge. Al giudice González si affiancano le voci di Dirk, casco blu olandese di stanza a Srebrenica, rappresentante del contingente Onu colpevole di non avere impedito la strage, e quella del soldato serbo-croato Drazen Erdemovic, vero protagonista della storia, volontario nell’esercito serbo, che fu l’unico a confessare di avere partecipato al massacro, l’unico processato e condannato.

Cristian Mannu- Maria di Isili

Giunti

Zia Borìca, che di neonati ne ha visti nascere tanti, capisce subito che quegli occhi così azzurri possono solo essere opera di un angelo o di un demonio. Sin da bambina Maria si distingue dal resto della famiglia: dalla madre vestita di scuro con lo sguardo fisso nel vuoto, dal padre che ha gli occhi neri più del camino sporco di fuliggine, dalla sorella maggiore Evelina che ha sempre un rosario in mano. Maria è ardente e sognatrice, e ha una dote speciale: sotto le sue mani il telaio è come un pianoforte, con cui dà vita ad arazzi meravigliosi, intrecciando sapientemente lana e rame.

Un dono grazie al quale sembra destinata a un futuro felice, nel piccolo villaggio di Ísili, dove il vento che sferza le pietre delle case profuma di avena selvatica e rosmarino. Ma un giorno in paese arriva Antonio Lorrài, il ramaio, il gitano, bello come un principe delle favole sul suo cavallo nero. E per la prima volta Maria, che a sedici anni non ha mai baciato nessuno, si sente accendere come un fiore nel fuoco. Anche se Antonio sta per sposare la sorella Evelina, Evelina che lei ama profondamente, Evelina che aspetta un figlio da quell’uomo oscuro…

Infine un grande regalo.

Alessandro Calabrese- T-trinz al Granduemila

Ildondolo editore

Da scaricare gratuitamente.
https://www.comune.modena.it/ildondolo/ebook-online/t-trinz-bastardi-al-grandemilia

Lei, mia figlia- Pensiero di Nicola Nucci


Mia figlia giocava coi colori vivaci.

Mia figlia amava.

Mia figlia dava una mano in casa.

Mia figlia leggeva.

Mia figlia viveva.

Mia figlia non fumava.

Mia figlia telefonava spesso.

Mia figlia non faceva tardi.

Mia figlia rideva.

Mia figlia cantava.

Mia figlia vestiva con gusto.

Mia figlia era una persona rispettosa.

Mia figlia aveva molti amici.

Mia figlia era ordinata.

Mia figlia studiava.

Mia figlia aveva un buon odore.

Mia figlia sapeva trovare sempre la frase giusta.

Mia figlia si dava da fare.

Mia figlia scriveva.

Mia figlia era in gioco.

Mia figlia stava vincendo.

Mia figlia se ne stava ore ed ore accartocciata sulla propria scrivania.

Mia figlia non aveva molti amici.

Mia figlia aveva qualche chilo in più.

Mia figlia piangeva di nascosto.

Mia figlia tornava a nottefonda.

Mia figlia non ci truccava nemeno più.

Mia figlia amava riempirsi di schifezze.

Mia figlia ansimava.

Mia figlia si voleva male.

Mia figlia si arrabbiava.

Mia figlia aveva un sacco di pensieri.

Mia figlia non chiudeva occhio.

Mia figlia era silenziosa.

Mia figlia mi odiava.

Mia figlia non era felice.

Mia figlia ha fallito.

Mia figlia ha visto i propri sogni infrangersi.

Mia figlia aveva una pessima cera.

Mia figlia si è spenta.

La letteratura ai tempi di Nicola Nucci e Gabriele Galloni

Non piangere.

Da bravo, non pianegere.

Così.

Nulla di grave.

L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici.

La letteratura ai tempi di Emanuela Canepa, sugli scaffali della libreria, nei salotti come si deve, sulle riviste.

La narrativa italiana ai tempi di Gabriele Galloni. Col poeta che dice basta, che non ne farà più di libri così. Che a ventiquattro anni ha già detto tutto, che…

Lo stile ai tempi di Trovami un modo semplice per uscirne di Nicola Nucci. E giù testi tutti uguali, scritti col pilota automatico.

L’editoria italiana ai tempi del tutto va come deve andare. Ancora con quella vecchia storia!

La vita ai tempi dei libri illustrati da youtubers e veline…

La notte ai tempi degli schermi digitali. Due talenti così che schiumano, salutano, se ne vanno…

La rinascita ai tempi dell’omologazione, di quella vecchia cantilena….

I concorsi letterari ai tempi del già visto, già letto, giò recensito.

La salvezza ai tempi dei concorsi letterari. Di tutti quegli addetti alla cultura, di tutta quest’arte a guinzaglio.

La morte ai tempi dei saldi di inizio estate. Pronta per la festa?

La disoccupazione ai tempi della chiusura di Mercatone Uno.

E ci verrà da piangere:

E leggeremo romanzi tutti uguali, canzoni tutte uguali, lì, di fronte ad un cielo color limpido standard.

Più tranquillo adesso?

Che si fa? Dove si va? Quando si va?- Nicola Nucci

Che appollaiati sopra i tetti le giornate passano più velocemente mentre mi parli di tua madre che non fa che giudicarti, che non la smette un attimo di dirti “ma dove vai così conciata?” e via discorrendo, e allora hai tutto un temporale dentro, colpa del tempo, colpa degli psicofarmaci, colpa di questo temporale dentro alle tue vene. Cazzo, “una volta mi ero fissata di fotografare fulmini!”, e “ci riuscivi?”, e “mica tanto”. Ma non preoccuparti, ma ecco che il cielo si sbriciola e badabum un altro temporale. Così. Il tuo trucco pesante, i tuoi occhi adesso piangono, “colpa del temporale” ma per me non è così. Dipende da tua sorella, lei sì che prende la vita a morsi, che canta come si deve, che sogna sogni realizzabili. Lavoro in banca, tipo: sistemata e chi s’è visto s’è visto ma tu no, “io sono diversa” sbuffi. E tutti quei progetti più importanti allora? “Li realizzerò, forse”, “oppure falliremo come sempre” e intanto ridi mentre mi dici che hai tipo un incendio tra i capelli o una tempesta tra le coscie che io mica ce l’ho la protezione e allora rimandiamo ogni cosa a data da destinarsi. Come sempre.

Nicola Nucci

Vincenzo Trama intervista Nicola Nucci- Trovami un modo semplice per uscirne

A distanza di qualche mese l’ idea di tornare da Nicola Nucci, finalista al Premio Calvino 2018, nasce a seguito di almeno 3 domande:

Ma davvero chi sperimenta oltre agli elogi della critica viene poi “speso” nel
mercato editoriale

In che modo un esordiente ha, dopo quasi un anno, la percezione della realtà
editoriale?

Trovami un modo per uscirne lo ha trovato, infine, un editore?

Nicola, tanto per cominciare in modo soft, vuoi cominciare a rispondere a queste mie tre “semplici” domande?
Ecco. Lo sapevo che non avrei dovuto accettare questa intervista ma… va be, ormai ci siamo e… sì, nel mio caso è successo che sia arrivato pure un contratto editoriale. Non sempre accade così. Bisogna vedere quanto è forte il tuo messaggio. Oddio, stiamo parlando di un mercato editoriale che predilige la narrazione classica, questo è appurato. Ad ogni modo credo che chi voglia ancora osare possa farlo. Nel mio caso però è proprio tutta un’altra storia. Quello che stavo scrivendo non mi è mai sembrato troppo sperimentale quindi… boh, dovresti chiederlo a chi sperimenta di mestiere. Io sono un narratore classico. Classico, a modo mio. Capito?

Come avete iniziato a capire come muovervi insieme, tu, il libro e i tipi di Dalia?
Beh, questo romanzo ne offre di spunti. Si poteva seguire il filone teatrale,
oppure quello tardo-adolescienziale, forse anche quello alternativo, oppure il divampante discorso dell’indie- rock. Ecco. Invece è successo che Trovami un modo semplice per uscirne non si è lasciato omologare. Essì, mica si è fatto affibbiare un’etichetta qualsiasi-, quindi cosa avremmo dovuto fare?- Abbiamo dovuto prenderne atto e… addio sogni di gloria.

So che per voi ha avuto una grande importanza anche la veste grafica e le
illustrazioni presenti nel libro: ti va di parlarmene un po’?

Certo. Stampa figa (la scritta Rivoluzione! che si illumina al buio), copertina ad impatto. Tutto fila, no? Quindi ecco che abbiamo giocato il jolly Martina
Momusso. Prima si è letta tutto il romanzo,- una che si è sciroppata collaborazioni con gente del calibro di Niccolò Fabi e Dario Brunori mica si spende per cose che non valgono-, dopodichè, assieme alla nostra cara ed instancabile direttrice editoriale Roberta Argenti, ha iniziato a tirare fuori alternative plausibili. Credo sia stato un bella cosa… lascio giudicare a voi.

Perché, secondo te, Trovami un modo per uscirne ha cozzato contro tante resistenze, anche di fronte a realtà editoriale più sperimentali? Perché i rivoluzionari moderni sono tutti in trip di diete ipocaloriche, di serie televisive su Netflix, di mutui a tasso fisso. Là, comodi comodi, abbacchiati che nemmeno riescono a sollevarsi, che i loro figli si sono sniffati gli orizzonti digitali dei loro smartphone, che, qualora uscissero allo scoperto, gli zingari fotterebbero loro la casa e zac! è un attimo che ti ritrovi a manifestare contro la tua bella di cricca di menti mediamente benpensanti ma decisamente cool. Quindi meglio starsene a… anziché…

Cosa c’è in cantiere per il libro? Eventi, presentazioni, festival?

Certo. Un po’ di tutto. Presentazioni, concorsi… non ci facciamo mancare nulla. Questo paese, che assomiglia sempre di più ad una scarpa sfondata, offre un ventaglio incredibile di alternative per andare a fare la rivoluzione.

Guardandoti indietro, rifaresti TUTTO esattamente come prima? E per tuttointendo tutto!

Massì. Ho sempre agito al massimo delle mie potenzialità. Poi si sa non tutte le creste rimangono sbilenche in eterno ma, va be, fa parte del gioco. Anche portare un testo così forte al Premio Italo Calvino poteva essere un rischio, in parte lo è stato ma… vattelapesca, per me ci stava. E’ andata come è andata.

Senza peli sulla lingua: chi ti ha deluso di più in questo percorso che ha portato– finalmente – alla pubblicazione del libro? Nomi e cognomi, coraggio!

Mi ha deluso il fatto che… cavolo, avrei voluto molte più delusioni di così, un sacco di altri problemi, non so, ok le recensioni negative sui blog, vanno bene anche le chat in cui ci si chiede come abbia fatto un’opera del genere a…, ma poi? Cos’altro? Ennò, sono deluso. Mi sarei aspettato che… E invece no. Proprio rammaricato. Con chi? Ma con voi blogger per bene, no? Cioè, date spazio ad autori che… parliamoci chiaro: questo Nucci coi romanzi veri mica ha nulla a che vedere eh.

Un nome per il Premio Strega ce lo fai? Il nostro Gordiano Lupi non ce l’ ha fatta, nonostante tutto il nostro supporto.

Dando per scontato che mi avrebbe fatto enormemente piacere vedere Lupi in finale, – a proposito ha annunciato che non scriverà più altri romanzi. Spero con tutto il cuore non sia così.- Ad ogni modo la vittoria sarà roba unicamente per Marco Missiroli. Devo dire che lui mi piace proprio tanto quindi ci sta.

Progetti per il futuro?

Devo pensarci. Il futuro è un sacco lontano. E anche un sacco indefinito. Cavolo, solo a pensarci mi gira tipo la testa. Quasi quasi mi addormento un secondo. Giuro che appena mi sveglio…, tanto mica te ne vai, vero? Rimani qui ad aspettarmi, va bene?

Vincenzo Trama